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Impresa di famiglia
Immaginate una città di provincia del Lazio, una calda sera di fine settembre, un teatro che scopri nella sua bellezza entrando ed alzando gli occhi: la volta che ti sovrasta è di una bellezza surreale.
Immaginate una scenografia essenziale, scarna, dura ed un pubblico attento che scalpita per poter entrare ed assistere allo spettacolo. Il Teatro Flavio Vespasiano di Rieti ha ospitato la prima di Impresa di Famiglia, una location suggestiva e da scoprire come lo spettacolo che ha vissuto. Si parla tanto di teatro sperimentale, esattamente come di tecnologia ed effetti speciali, ormai sembra che non se ne possa più fare a meno. In realtà in un’epoca dove non ci si stupisce piu davanti a niente, e dove è scontato che il percorso da intraprendere sia sempre quello più contorto e complesso, un sano ritorno alla semplicità in un contesto caldo ed accogliente, con una sua storia ed un suo passato è quello che serve a tutti quei cuori e quelle menti che hanno fame di cultura, diciamocelo, con la C maiuscola.
Impresa di famiglia è stato messo in scena per una sola rappresentazione con l’obiettivo di riuscire il prossimo anno a replicare in giro per l’Italia. Sei attori, un unica scena, poca musica, ma suoni, respiri, sudore e fatica. Chi ha calcato quel palcoscenico ha lanciato alla platea tutta la passione per il proprio lavoro un messaggio che, in questi tempi, troppe volte non viene ascoltato. Sembra assurdo che il lavoro di tante persone l’impegno fisico, oltre che economico, sia stato dedicato all’unica sera del 28 settembre; gli spettacoli si montanto con l’obiettivo di fare quante più repliche possibili, per ammortizzare costi, ottimizzare il lavoro, dare un senso, economico, alla propria fatica. Eppure esiste ancora un mondo dove la passione per il proprio lavoro, quell’energia che viene da dentro e che riesce a manifestarsi calpestando quelle assi di legno o dettandone i tempi, è più forte di qualsiasi discorso economico.Esiste un mondo di attori che, famosi o meno poco conta, mette tutta la propria anima e lascia senza parole chi, seduto in platea, si sente un eletto per aver assistito ad una vera rappresentazione teatrale.
Un ritorno alla semplicità, dove la differenza la fa il contenuto e non il contenitore, e per contenuto intendo l’anima degli attori. Non servono energie diverse dalle loro che regalano un viaggio verso il vero senso del teatro, perso ormai tra mille problematiche che poco o niente hanno a che fare con l’arte. Vivo, vibrante, coinvolgente.. sei personaggi carichi di uno stress che è quello del mondo che ci circonda, del lavoro, di equilibri fatti e centrati su se stessi, di interessi di meschinità. Uno specchio di vita che può essere allargato a tutte le tipologie di rapporto che ci circondano o di cui siamo protagonisti… la perenne paura di sbagliare di Silvio (Sante Paolacci), giovane nuovo impiegato che vede costantemente il pericolo del licenziamento ondeggiare sul proprio futuro e quindi somma sbagli su sbagli; l’esperienza catramizzata di Cecchini (Paolo De Vita), il suo sentirsi comunque intoccabile, abile nel manomettere quello che deve essere cambiato e a creare scompiglio; la semplicità di Sergio (Pietro De Silva), operaio nato con la fabbrica, di cui conosce ogni singolo rumore anfratto, ingranaggio, il cui scopo è la pensione per lasciare il posto a suo figlio “laureato”… un operaio con un figlio laureato! L’onnipotenza e l’onniscenza di Bruno (Andrea Tidona), padre/padrone pilastro della fabbrica che fonde l’esigenza di dover cambiare per stare al passo con i tempi e l’impossibilità di poterlo fare; la durezza di Chiara (Caterina Misasi), specchio delle donne attuali, che tenta di tenere insieme i pezzi del suo matrimonio senza perdere di vista il lavoro nel doppio ruolo di moglie/nuora-lavoratrice; la confusione di Lorenzo (Daniele Monterosi), un personaggio complesso, in tutti i suoi rapporti, sentimentali, affettivi, lavorativi. Un uomo che vive del ruolo che la vita gli ha regalato e cerca in tutti i modi di dimostrare che invece è meritato senza avere però il carattere ed i numeri adatti, una creatura ancora legata al cordone, incapace di muoversi con le sue gambe che commette una serie infinita di errori che altro non fanno se non confermare la sua dipendenza ed incapacità di staccarsi dal corrimano.
Questi caratteri vivono all’interno di un’unica scena, bella essenziale, dura. Una fabbrica d’altri tempi, con il tempo che va avanti senza volerci fare i conti, sirene di allarme che continuano a suonare annunciando la necessità di dover per forza cambiare, sostituire, rinnovare. Pochi elementi di scena ed una porta che sembra sradicata da una fabbrica vera, e che è nel contempo il limite dei ruoli assegnati ed il ponte verso la vita fatta di ispettori, figli abbandonati e dimenticati, appuntamenti con i medici. Una scena così minimalista riesce a vivere, a non stancare solo grazie al’impegno degli attori, alla loro partecipazione emotiva. Al pubblico arriva la loro fatica a tenere alta l’attenzione in uno spettacolo tutto d’un fiato, senza soste, senza pause, a catturare l’attenzione dello spettatore e non farla calare mai muovendosi tra due scrivanie, fogli, e quella porta che catapulta ciascuno di loro nel mondo e in tutte le sue paure.
Uno spettacolo curato nei minimi particolari, i movimenti di scena studiati e perfetti, eseguiti con naturalezza dai protagonisti che spesso si trovano a voltare le spalle al pubblico e regalare loro solo la voce, ma non ci sono barriere che creano distacco perchè chi sa recitare,chi ama farlo, chi riesce ad entrare nel personaggio, trasmette le sue emozioni anche con la sola voce. Avrei potuto tranquillamente chiudere gli occhi ed ascoltare per immaginare lo stress che si disegnava sul volto di Lorenzo nell’ennesima discussione con suo padre, o la sofferenza mista a rassegnazione davanti all’ultima dimenticanza della vita del figlio. Nello stesso modo i soli tratti del volto sarebbero stati in grado di raccontare lo stato d’animo di un preciso istante pur senza alcuna parola. Questo è recitare! Insieme sul palco, attori già famosi ed altri che, senza ombra di dubbio, lo diventeranno: un gruppo unito e armonico dove l’esperienza dei “senior” ha spesso nutrito le menti veloci dei “junior” che, con il loro entusiasmo, hanno fatto tesoro di quanto vivevano divorandolo e dando vita ad un unica grande rappresentazione.
Grande il lavoro del regista (Pietro Bontempo) che è riuscito a toccare le corde giuste per fare degli attori dei tramiti, dei mezzi, dei conduttori di emozioni e stati d’animo; ogni personaggio era perfettamente cucito addosso ad ogni protagonista sebbene, probabilmente, lontano dal suo essere. Non riuscirei a dire chi fosse esattamente il protagonista principale; probabilmente ognuno degli attori lo era nel suo spazio, nel suo ruolo. L’unica presenza femminile avrebbe potuto ammorbidire gli spigoli degli altri, ma in realtà anche Chiara rientra nella durezza di una storia, di uno squarcio di vita dove non c’è spazio per i sentimentalismi, ma solo per la razionalità e la rassegnazione. E questa assenza di un protagonista, si legge anche nei saluti finali quando ognuno riceve gli applausi del pubblico, ma sempre in mezzo agli altri. Giusta la dose di ironia, sottile, mai aggressiva o volgare, spesso cinica e sarcastica quella giusta per un mondo dove non c’è molto più spazio per ridere. Ho assistito a uno spettacolo di teatro vero che merita di essere messo in scena, visto, criticato, recensito.
di Francesca Pompili

